“Il gesto ripetuto diventa un respiro.” Giusi Sferruggia, classe 1992, incarna questa verità con la forza della sua pittura. Ogni segno che traccia non è casuale, ma un movimento che coinvolge il corpo intero, un dialogo muto con le tracce di Carla Accardi. A Palermo, al MARTHA – Music ART House Academy, la sua mostra Eco di una fuga leggera si distingue per qualcosa di raro: non è solo un’esposizione, ma un incontro vivo tra spazio e opera. Tra pianoforti antichi e pannelli acustici, i quadri respirano, raccontano una ricerca che si fa carne, tempo e silenzio, in quell’equilibrio sottile tra pieno e vuoto che cattura lo sguardo e lo trattiene.
La galleria MARTHA a Palermo non è il solito “white cube”, quello spazio bianco e neutro che si vede spesso nelle mostre contemporanee. È un ambiente carico di storia e atmosfera, ospitato in un appartamento dei primi del Novecento. Qui convivono elementi diversi: pianoforti antichi, pannelli in ottone microforato studiati per l’acustica, pareti e soffitti che sembrano raccontare la musica. L’incontro tra arte e musica crea un dialogo autentico, ma rende complicato montare una mostra tradizionale.
Per Giusi Sferruggia è stata una sfida. Invece di nascondere o cambiare l’ambiente, ha scelto di integrarlo: l’allestimento si costruisce attorno alle caratteristiche dello spazio, armonizzandole con le idee dietro le sue opere. Non si tratta solo di esporre, ma di far vivere lo spazio insieme alle opere, rispettandone l’identità profonda.
Alla mostra palermitana, Sferruggia ha presentato 17 dipinti. Inizialmente ne erano previsti di più, ma immergendosi nel MARTHA ha capito che un numero contenuto avrebbe meglio costruito un ritmo visivo, lasciando respiro e facilitando la lettura complessiva del suo lavoro.
Il “ritmo” è parola chiave nella sua pittura: scandisce il tempo, il movimento del corpo, l’impronta lasciata sulla tela. I curatori Martina Martire e Vito Chiaramonte hanno accompagnato il percorso con sensibilità, cogliendo motivazioni profonde dietro i gesti pittorici, spesso prima che l’artista stessa potesse metterle a fuoco. Un dialogo che è diventato confronto diretto, immediato, vitale.
Nel 2021, un’urgenza pratica ha cambiato il modo di lavorare di Sferruggia: finiti i materiali consueti, ha cominciato a dipingere sul retro di tele grezze con l’acquerello. Da qui è nata una nuova apertura nel rapporto tra gesto pittorico e supporto. Il segno si è fatto più rapido, spontaneo, liberando movimenti prima congelati.
La tela ha smesso di essere solo superficie per il colore. Le zone non dipinte hanno acquistato valore, diventando pause visive, spazi di sospensione, elementi strutturali. Il quadro non è più solo colore e forma, ma un gioco di ritmi e vuoti che si parlano.
Il legame tra corpo e pittura attraversa tutta la pratica di Sferruggia ed è nato ben prima delle opere stesse. Risale alle esperienze con la scultura nel 2019 e con la tintura di tessuti nel 2020. Manipolare argilla, gesso, immergere stoffe: momenti di coinvolgimento fisico che hanno anticipato la pittura e aperto la strada a un’esperienza totale, sensoriale, più che tecnica.
Prima di dipingere, l’artista segue un vero e proprio rito. Sta a lungo davanti alla tela bianca, osserva e simula i movimenti che il corpo eseguirà, come passi di danza o gesti mimici. C’è concentrazione, meditazione, silenzio. Serve a scaricare tutto ciò che è esterno e a raccogliere dentro di sé il segno, che resta nel corpo, si ripete e si fa patrimonio da custodire.
La ricerca di Sferruggia si fonda su una consapevolezza chiara: la crisi ambientale è legata a problemi sociali profondi, come dominio, gerarchia e separazione tra esseri e cose. La sua pittura diventa così uno spazio per indagare relazioni, evocando una convivenza fragile e complessa.
Nel dipinto non c’è solo forma, ma un equilibrio tra vuoto e materia, presenza e sospensione. Lo spazio, la tensione, l’armonia sono parte integrante di questo dialogo. I suoi lavori propongono una metafora di convivenza senza semplificazioni o estetismi banali.
La mostra stessa è un passo della ricerca. Sferruggia entra nello spazio prima ancora di portare i suoi lavori. Osserva altezze, proporzioni, arredi. Vive il luogo come un corpo da abitare, con cui entra in relazione.
Questo approccio crea un dialogo vero tra opere e spazio che va oltre la semplice esposizione. Le opere influenzano l’ambiente, che a sua volta condiziona la loro percezione. Questo modo di fare si riflette anche nella scelta e nella disposizione delle tele.
Il tempo per realizzare un’opera cambia a seconda di come nasce il lavoro. Sferruggia distingue tra lavori fatti di pennellate minute e concentrate, dove domina il gesto unico e ripetuto del polso, e opere nate spontaneamente, in tempi molto brevi.
Ogni pezzo è la somma di tempo, energia, concentrazione e ritmo. Questi elementi si combinano senza uno schema fisso e si modulano a seconda delle esigenze. Per esempio, Macchia mediterranea può richiedere dieci giorni o più, mentre altri lavori come Arancio Blu nascono in poche ore.
La casa-studio di Giusi Sferruggia si trova a Palermo, esposta a sud-ovest, una posizione ideale per illuminare il lavoro durante tutta la giornata. Questo influisce direttamente sull’evoluzione delle sue opere, mettendo in dialogo luce e colore.
Lo spazio è però limitato. Con l’aumentare della produzione, la percezione della stanza si riduce, costringendo a una continua gestione dell’ambiente. Lo studio diventa così non solo luogo di creazione, ma anche di confronto e organizzazione.
Nel processo creativo, il colore non è mai isolato, ma legato strettamente alla forma. A volte parte dal colore e da lì nasce la composizione, altre volte la forma detta la scelta cromatica. La relazione è intensa e spesso proprio questa connessione fa nascere l’opera.
Un lavoro “funziona” solo se raggiunge un equilibrio interno, un bilanciamento di tensioni e forze. Sferruggia parla di un’armonia nascosta che si rivela nella dinamica del segno. Quando un’opera non coglie questa essenza, viene messa da parte e osservata a lungo per capire cosa manca o cosa correggere.
Sferruggia è soprattutto pittrice, ma le sue sculture fanno parte della sua ricerca e nascono dallo stesso impulso creativo. Anche se ancora non dà risposte definitive sulla loro natura, ammette di pensarle come pittrice, estendendo il gesto e la materia nello spazio.
Questa vicinanza tra forme invita a vedere la sua produzione in modo più ampio, dove il segno si trasforma, si moltiplica, abita superfici diverse e arricchisce il dialogo con chi guarda.
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