«Entra, muoviti, vivi». È questo l’invito che Franco Vaccari lanciava attraverso ogni sua opera, spingendo chi osservava a varcare la soglia di uno spazio che andava ben oltre la semplice vetrina museale. Al Museion di Bolzano, fino al 13 settembre 2026, si può sperimentare proprio questo: Feedback, la mostra che riaccende gli ambienti creati dall’artista modenese lungo una carriera che si stende dal 1968 al 2005. Vaccari, scomparso nel 2025, non è stato solo uno dei volti chiave dell’arte italiana del dopoguerra; è stato un innovatore, capace di unire tecnologia, partecipazione e esperienza collettiva in un unico, fluido racconto. Quegli spazi, ora, tornano a vivere e parlare, trascinando il visitatore in un gioco interattivo dove l’arte si fa esperienza, non solo contemplazione. L’atmosfera? Quasi un salto indietro nel tempo, con un filo di nostalgia ma un respiro che resta sorprendentemente contemporaneo.
Vaccari ha contribuito a definire l’arte concettuale italiana con un modo di lavorare che rompeva i tradizionali confini tra artista, opera e pubblico. Non si trattava solo di mostrare una foto o una scultura, ma di coinvolgere chi partecipava, facendolo diventare parte attiva dell’evento. È proprio nei suoi “ambienti” che questo prende forma. Dal 1968 ha realizzato circa 43 installazioni architettoniche effimere, pensate per spazi temporanei — musei, gallerie — in cui il pubblico aveva un ruolo centrale. Le sue opere si sviluppavano in “esposizioni in tempo reale”: esperienze dinamiche in cui l’artista dava solo il via a un meccanismo relazionale, lasciando poi che fosse il dialogo tra visitatori e ambiente a fare il resto.
Feedback nasce da un lavoro meticoloso di ricerca d’archivio, curato da Luca Panaro insieme all’artista, che ha raccolto fotografie, filmati, libri e materiale d’epoca per restituire quella complessità. Oggi questa raccolta diventa mostra, dove gli ambienti non sono più solo oggetti fermi ma si riattivano grazie a un allestimento studiato per restituire sensazioni autentiche e coinvolgenti. Così, il pubblico del 2026 può “riattraversare” quei luoghi e rivivere esperienze che, al tempo, rappresentavano una vera rivoluzione nel panorama artistico.
Uno dei nodi centrali nell’opera di Vaccari è la sua risposta all’iperproduzione di immagini che ci circonda. L’artista immaginava un “silenzio ottico”, una pausa dal continuo bombardamento visivo. Questo si traduce nel ricorso al buio, che non è solo un fatto estetico ma anche mentale. All’ingresso della mostra, il visitatore si ritrova in uno spazio dove la vista si riduce o sparisce, spingendolo a risvegliare altri sensi.
Ambientazioni come Scultura buia e Ambiente grigio multiuso sono pensate per creare incertezze, una temporanea perdita di punti di riferimento. All’interno si sperimentano dinamiche di osservazione e voyeurismo, con specchi e dispositivi che permettono di guardare senza essere visti. Questo richiama l’incertezza dei sogni e dell’inconscio, temi che Vaccari aveva già esplorato negli anni Settanta. La sua esposizione in tempo reale n.10, Sogni n.1 , invitava il pubblico a passare una notte in galleria e a scrivere i sogni al risveglio. A Bolzano questa esperienza si rivive grazie a una performance sonora che richiama quell’immersione unica.
In tutto questo, il buio negli ambienti di Vaccari non è solo un elemento fisico, ma si allarga a una dimensione concettuale e sensoriale. Ci spinge a pensare a come vediamo il mondo, spesso filtrato da tecnologie e immagini, e a cosa significhi davvero “vedere”.
La seconda parte della mostra si concentra sulle opere degli anni Settanta, quando Vaccari sposta l’attenzione sulla creazione di comunità temporanee e sulla partecipazione spontanea del pubblico. Qui spicca una delle sue creazioni più famose, Esposizione in tempo reale n.4, presentata nel 1972 alla Biennale di Venezia. L’artista invitava i visitatori a scattarsi una fototessera e a lasciarla sulle pareti, generando così un’opera collettiva di grande impatto.
La risposta fu sorprendente: oltre seimila fototessere raccolte, un mosaico umano che raccoglieva ogni tipo di sguardo e posa, espressione sincera di chi partecipava. Oggi, queste immagini al Museion si leggono come un’anticipazione di quel fenomeno globale dei selfie che domina la società digitale. La Photomatic d’Italia, che andò avanti fino al 1974, occupa un posto centrale nel racconto della mostra. La macchina originale non è più in funzione, ma il valore storico resta forte.
Non mancano momenti più raccolti, come Bar Code-Code Bar , uno spazio dove sedersi e prendere un caffè. Qui l’ambiente diventa luogo di scambio informale, aprendo la mostra a toni più intimi e riflessivi. Il Mini cinema propone invece immagini che affrontano temi delicati come la memoria e l’Alzheimer, offrendo spunti di riflessione profondi.
Tra le opere più particolari della mostra c’è la serie fotografica Modena vista a livello di un cane, realizzata da Vaccari nella sua città natale. Qui l’artista sovverte completamente il punto di vista abituale, portando lo sguardo all’altezza di un animale domestico.
Questa scelta ha un tono ironico ma anche prezioso, capace di cogliere dettagli che solitamente sfuggono o vengono ignorati. Attraverso questo itinerario “dal basso”, Vaccari ci invita a mettere in discussione il nostro modo di guardare, sottolineando quanto spesso accettiamo senza pensarci un punto di osservazione che invece potrebbe essere capovolto.
Il racconto visivo diventa così una sfida, un invito a non dare nulla per scontato, in linea con tutto il percorso artistico dell’artista. Qui la fotografia non è solo immagine, ma strumento per indagare il reale, un messaggio che oggi risuona forte anche in un pubblico sensibile a nuove forme di narrazione e visione.
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La mostra di Museion raccoglie così un insieme complesso che presenta Franco Vaccari non solo come fotografo e teorico, ma come maestro di un’arte vissuta, condivisa e mai separata dall’esperienza collettiva. Un’eredità culturale che continua a offrire spunti importanti a chi vuole capire il rapporto tra arte, tecnologia e società.
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