Le parole non stanno mai ferme
A Napoli, alla Galleria Alfonso Artiaco, questa frase prende vita tra colori e paesaggi urbani. La galleria, che da poco ha lasciato la sua storica sede in Piazzetta Nilo per trasferirsi in Piazza dei Martiri, ospita fino al 2 maggio due mostre che si rispondono a vicenda. Robert Barry, quasi novantenne e maestro della concettualità newyorkese, riempie la sala principale con parole fluttuanti, sospese nello spazio, che sembrano danzare sulle pareti, sfidando chi le osserva a cercare nuovi significati. A pochi metri, Glen Rubsamen racconta Los Angeles attraverso panorami urbani densi di ambiguità, dove cartelli pubblicitari ironici ma inquietanti si trasformano in enigmi visivi. È un dialogo serrato, fatto di segni e domande, che mette a fuoco il rapporto tra parola, spazio e potere dell’immagine.
Robert Barry ha tracciato un percorso artistico che parte dalle sperimentazioni degli anni Sessanta fino a un uso personale e raffinato del linguaggio negli anni Ottanta. “Another Time” racconta questa evoluzione, mettendo al centro l’importanza delle parole come materiale e strumento dell’arte concettuale. L’installazione Untitled, pensata proprio per la Galleria Artiaco, riprende un lavoro del 2013 realizzato per il Museo Madre di Napoli, mantenendo intatta la sua forza evocativa. Le parole si mostrano su due pareti opposte: da un lato brillanti e nitide, come “Somewhere” e “Wonder”; dall’altro in rosso, semi-nascoste e frammentate, pronte a essere ricomposte nella mente di chi guarda. Questo gioco tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto apre a molte interpretazioni, invitando a una partecipazione attiva e riflessiva.
Barry gioca con lo spazio fisico e quello del significato, immergendo lo spettatore in un ambiente che non è solo scenografia ma parte del messaggio stesso. La leggibilità delle parole cambia, il loro orientamento varia, e così la percezione passa continuamente dall’individuo alla collettività. Tra le opere in mostra ci sono alcuni pezzi chiave della sua carriera, a partire dalla storica opera del 1969 creata per “557,087”, la prima mostra di concept art negli Stati Uniti. Parole evanescenti si mescolano a quelle più decise, mentre tonalità tono su tono lasciano aperti dubbi e interpretazioni.
In “Another Time” emerge un interlocutore sottile e complesso: il linguaggio si conferma uno strumento capace di adattarsi, trasformarsi e sorprendere anche dopo decenni. Già nel 1969 Barry parlava di “tutte le cose che conosce ma a cui in quel momento non pensa”: questa tensione tra consapevolezza e oblio attraversa ancora oggi le sue installazioni, impegnate a colmare quel vuoto tra l’opera e chi la osserva.
Se Barry fa fluttuare le parole nello spazio della galleria, Glen Rubsamen sceglie di rappresentare la città, ma con uno sguardo che disorienta e mette in discussione ciò che sembra familiare. La mostra “Sorry, Wrong Number”, ospitata nella sala più intima di Alfonso Artiaco, raccoglie una serie di dipinti che mostrano scorci urbani della sua città natale, Los Angeles. A prima vista sembrano semplici vedute, ma a uno sguardo più attento si percepisce un’atmosfera di abbandono e inquietudine.
I dipinti, che ricordano fotografie, ritraggono paesaggi illuminati da una luce crepuscolare, con tramonti d’ombra che raccontano una tensione surreale. Tra le immagini spiccano cartelli pubblicitari, grandi e dai colori accesi, con messaggi apparentemente innocui come “Your ‘logo’ would look great on here”. Questi segni commerciali diventano però strumenti di dominio visivo, imponendosi nello spazio pubblico. La prospettiva dal basso accentua quella sensazione di sottomissione e controllo.
Rubsamen crea un senso di distacco, mostrando una città viva ma deserta, piena di simboli di potere mediale che sembrano monopolizzare lo sguardo e l’immaginazione. L’ironia sottile che attraversa questi dipinti spinge a dubitare delle reali intenzioni dietro questa comunicazione visiva e invita a non limitarsi a un’osservazione passiva.
Questa mostra fa riflettere sul ruolo pervasivo della pubblicità negli ambienti urbani, andando oltre la semplice forma estetica per aprire a questioni sociali importanti. Il contrasto tra realtà e rappresentazione, presenza e assenza, diventa centrale nella lettura di ogni tela.
La doppia personale di Robert Barry e Glen Rubsamen dà vita a un dialogo inedito negli spazi della Galleria Artiaco, mostrando due modi diversi di intendere un’arte che vive del rapporto tra segni e spettatori. Da un lato, le parole di Barry non sono solo lettere, ma elementi sospesi capaci di far muovere i pensieri nello spazio. Dall’altro, le visioni di Rubsamen restituiscono una realtà urbana che sembra una scenografia, dove il rapporto tra cartelloni pubblicitari e paesaggio diventa metafora di controllo e assenza.
Il punto di forza della mostra sta proprio in questa capacità di mettere in comunicazione linguaggi diversi. Barry usa la dimensione concettuale per fare della parola un ponte tra esperienza personale e universo condiviso. Rubsamen, invece, mette in luce l’atmosfera di follia silenziosa che si nasconde dietro un paesaggio apparentemente familiare. Entrambi spingono a una riflessione intensa e allo stesso tempo poetica su come percepiamo ciò che ci circonda.
Il pubblico è chiamato a una doppia sfida: decifrare il linguaggio essenziale e denso di Barry e confrontarsi con una rappresentazione ambigua della vita urbana proposta da Rubsamen. Le opere alla Galleria Alfonso Artiaco si confermano spazi vivi e in movimento, capaci di stimolare la mente senza mai dare risposte facili, aprendosi invece a un’indagine costante sullo sguardo contemporaneo.
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