Nel 1693, un terremoto distrusse quasi interamente Noto, lasciando dietro di sé un silenzio carico di memorie perdute. Oggi, a Bologna, Palazzo Vizzani riapre quella ferita con “Selvaggi a Noto”, una mostra che non si limita a raccontare una storia, ma la fa rivivere attraverso immagini, suoni e narrazioni nate da un’esperienza collettiva. È un viaggio che attraversa il tempo, intrecciando il dramma del passato con la sensibilità contemporanea, dentro le antiche mura di un palazzo settecentesco. Un incontro tra arte e scienza, tra ciò che è stato e ciò che resta ancora da scoprire.
Tutto parte nell’estate 2024, in una masseria abbandonata vicino a Noto Antica, nel Siracusano. Qui si ritrovano sette artisti, registi e curatori, tra cui Zheng Ningyuan, Claudio Corsello e Greta Guerrieri. Non cercano un progetto preciso, ma vogliono conoscersi, esplorare insieme un territorio fatto di contrasti: una natura aspra e una storia fragile. Vivere in modo spartano, lontani dalla città, li porta a definirsi “selvaggi”. Un’etichetta ironica, che parla di distacco ma anche di autenticità. A settembre si unisce al gruppo anche il regista Ryan William Harris, che con il suo cortometraggio Amurimì porta una nuova prospettiva sul luogo, aggiungendo un taglio cinematografico originale.
Il filo rosso che lega le opere è la memoria del sisma che il 9 gennaio 1693 distrusse l’antica Noto. Gli abitanti dovettero rifondare la città su un’altura vicina, dando vita all’attuale Noto barocca, oggi patrimonio UNESCO. Quello che resta dell’antico insediamento sono rovine silenziose, pietre abbandonate, un paesaggio sospeso tra natura e storia. Da questo luogo sospeso tra sogno e realtà geologica nasce l’ispirazione degli artisti, che raccontano fragilità e forza con linguaggi diversi. Il terremoto diventa così più di un evento storico: è una soglia simbolica, un cantiere aperto dove natura e cultura si incontrano.
Il cuore della mostra è Sonniveglia, il film di Zheng Ningyuan che ha vinto il Premio Mutti 2025 per Visioni Italiane. Il racconto si sviluppa su tre livelli: gli artisti che lavorano tra le rovine di Noto Antica con suoni, video, foto e pittura; un gruppo di geologi che studia il metano sotto l’Appennino bolognese per capire i fenomeni sismici; e infine Monica Cuoghi, artista che interpreta una fotografa degli anni Sessanta dentro Alchemilla. In una camera oscura, Cuoghi mescola i volti degli artisti con alcune foto trovate nella masseria, creando un’immagine collettiva che supera le singole identità e diventa simbolo di un legame profondo con il luogo. Il film, girato senza sceneggiatura, cattura momenti spontanei, mettendo in scena un processo in divenire tra sogno e realtà.
Il suono è il filo che attraversa tutta la mostra. Ogni stanza di Palazzo Vizzani diventa un ambiente sonoro dove conversazioni, rumori naturali e suoni astratti guidano il visitatore tra video e installazioni. Il percorso non è lineare né imposto, ma un dialogo aperto tra opere e architettura settecentesca. Le decorazioni e le proporzioni delle stanze non vengono nascoste, anzi si integrano con le opere, creando un contrasto vivo tra ordine storico e caos contemporaneo. Il lavoro sul suono e lo spazio mette in luce una ricerca che esplora il confine tra natura, corpo e cultura.
Accanto a Sonniveglia, c’è Amurimì, il cortometraggio di Ryan William Harris, girato nella stessa masseria. Harris, regista irlandese noto per il suo stile fotografico, racconta il terremoto con un linguaggio in bianco e nero, rigoroso e intenso. La storia segue un pastore, interpretato da Richard Flood, che attraversa un paesaggio fisico e interiore alla ricerca della moglie in procinto di partorire. Qui il sisma diventa metafora di cambiamento e rinascita, riflettendo anche l’esperienza personale del regista, che proprio in quel periodo scopre che diventerà padre. Un racconto intimo e potente, che mostra il terremoto come trasformazione profonda.
“Selvaggi a Noto” nasce dalla collaborazione tra l’associazione Controcorrente e Alchemilla, due realtà che promuovono pratiche artistiche sperimentali e partecipate. Palazzo Vizzani si trasforma in un luogo dove passato e presente si intrecciano, aprendo la mente a un’esperienza sospesa e fluida. Le opere mostrano fragilità e instabilità, sfuggendo a definizioni precise e oscillando tra installazione, performance e documento. La mostra si colloca così nel cuore di una ricerca contemporanea che mette al centro l’esperienza, il processo e lo spazio. Il visitatore è invitato a un percorso lento, riflessivo, che può anche disorientare: una parte fondamentale della poetica espositiva.
Il progetto si arricchisce con una serie di incontri che mettono a confronto esperti di vari settori per approfondire il sisma e le sue ripercussioni culturali, scientifiche e filosofiche. Tra gli appuntamenti più attesi ci sono il confronto tra i registi Ningyuan e Harris, che raccontano lo stesso evento da punti di vista diversi, e l’intervento dei ricercatori dell’INGV sul terremoto del 1693 e sul monitoraggio sismico dell’Appennino emiliano. Un altro incontro affronta la catastrofe come esperienza e simbolo, coinvolgendo docenti universitari e artisti. Così il pubblico può guardare il terremoto da molte angolazioni, passando dal dato scientifico alla dimensione emotiva e simbolica.
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