
A Venezia, il padiglione sudafricano non c’è. Un’assenza che si fa sentire, soprattutto in un evento come la Biennale, dove ogni spazio racconta una storia. Eppure, proprio lì, nel cuore di Castello, la video-installazione Elegy di Gabrielle Goliath ha trovato casa nella Chiesa di Sant’Antonin. Nonostante la cancellazione ufficiale, l’opera si fa strada, sfidando il silenzio imposto. La mostra apre il 4 maggio, accompagnando l’inaugurazione dell’evento, e resta visibile per tre mesi: un rifugio alternativo che parla con forza di politica, memoria e resistenza, raccontando una narrazione che supera i confini delle istituzioni.
Padiglione sudafricano cancellato: le ragioni dietro la scelta
È stato il ministro della Cultura sudafricano, Gayton McKenzie, a ritirare il progetto previsto per la 61ª Biennale d’Arte. Così, per tutta la durata dell’evento, il padiglione nazionale resta vuoto. Una decisione che ha scatenato molte discussioni. McKenzie ha definito l’installazione Elegy di Gabrielle Goliath «altamente divisiva», temendo che potesse innescare tensioni legate al contesto geopolitico. Al centro della polemica, l’omaggio alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa nel 2023 a Gaza. Il riferimento al conflitto israelo-palestinese ha fatto nascere sospetti di pressioni politiche esterne sulla decisione, anche se fonti ufficiali hanno poi smorzato queste accuse.
Non è la prima volta che il padiglione sudafricano si trova nel mirino per motivi politici e artistici. Solo un anno fa, il governo precedente aveva avviato una causa contro Israele per un presunto genocidio nella Striscia di Gaza. Ma l’attuale ministro ha adottato una posizione più favorevole a Israele, scatenando ulteriori tensioni nel panorama culturale sudafricano. La scelta di non sostituire l’opera e di non partecipare ufficialmente parla chiaro: qui il nodo è il rapporto complicato tra arte e politica.
Elegy: un rito di memoria e resistenza
Nata nel 2015, Elegy è un’opera di Gabrielle Goliath che si presenta come un rituale performativo dedicato alle vittime di violenza sessuale e razziale. L’installazione ha una forte carica simbolica, mettendo in relazione il lutto personale con quello collettivo. Per Venezia, l’artista ha aggiunto un omaggio a Hiba Abu Nada, la giovane poetessa palestinese uccisa nel 2023, rafforzando il tema della memoria delle vite spezzate in conflitti globali.
La performance è soprattutto sonora e visiva: sette donne, tutte con formazione operistica, si stagliano su uno sfondo nero profondo. Ognuna tiene una nota prolungata fino al limite del respiro, seguendo una sequenza ripetuta che diventa un atto di resistenza attraverso la durata e la presenza fisica. Qui il corpo, la voce e il silenzio diventano strumenti di una narrazione che attraversa il tempo. L’opera richiama anche episodi storici di violenza, in particolare quella subita dalle donne Nama durante il colonialismo tedesco in Namibia, ampliando il discorso a più livelli di oppressione.
La mostra veneziana nasce da una collaborazione con il centro londinese Ibraaz e vuole rispondere alle tensioni politiche che hanno portato alla cancellazione del padiglione. Goliath parla di un «precedente pericoloso» sull’interferenza politica nella cultura, sottolineando l’importanza della libertà artistica e del dovere della memoria.
Tra accuse e dibattiti: come reagisce il mondo dell’arte
La cancellazione del progetto sudafricano ha scatenato reazioni contrastanti, in patria e all’estero. Gabrielle Goliath ha cercato invano di ribaltare la decisione in tribunale, ma il ricorso è stato respinto. Intanto, in Sudafrica, sono partite indagini sulla gestione della decisione, per fare chiarezza su eventuali responsabilità e trasparenza.
Una parte del mondo culturale sudafricano ha criticato quella che vede come una strumentalizzazione politica del simbolo nazionale, un limite alla libertà degli artisti. Il dibattito si è allargato al ruolo delle istituzioni nel mediare la rappresentazione del paese a livello internazionale.
Il caso ha acceso i riflettori sul fragile legame tra arte, politica estera e diplomazia culturale. In particolare, il nodo israelo-palestinese si è rivelato un detonatore più ampio, che mostra come i conflitti internazionali possano influenzare eventi artistici di portata mondiale.
Gabrielle Goliath: la sua arte continua a parlare in Italia
Nonostante tutto, il lavoro di Gabrielle Goliath continua a vivere negli spazi espositivi italiani. A Milano, dal 16 aprile, la Galleria Raffaella Cortese ospita la sua mostra personale Bearing, dove l’artista prosegue il suo percorso su memoria, identità e resistenza con nuove installazioni che approfondiscono il cammino iniziato con Elegy.
Parallelamente, un’altra sua opera è presente nella collettiva E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità, alla Fondazione Made in Cloister di Napoli. Questi appuntamenti confermano la forza della sua proposta artistica, capace di affrontare temi delicati con un linguaggio potente e coinvolgente.
Le mostre di Gabrielle Goliath in Italia rafforzano il suo profilo internazionale, portando avanti messaggi profondi nonostante le difficoltà vissute a Venezia. Il suo lavoro resta un punto fermo nel dialogo tra arte e impegno sociale, con la memoria e la riflessione critica al centro del suo linguaggio contemporaneo.



