
Auto con contratti di tre anni, cellulari doppi in confezione, pronti a diventare obsoleti in poche stagioni. Il tempo sembra scorrere più veloce che mai, e con esso anche gli oggetti che popolano la nostra vita. Non è solo una questione di consumismo, ma di un vero e proprio cambiamento culturale: siamo passati da una società che produceva e consumava, a una che accumula rifiuti. Questa trasformazione incide su tutto, dal modo in cui creiamo le cose a come le abbandoniamo. Il rifiuto, allora, non è più solo uno scarto da dimenticare, ma un documento muto che racconta storie di bisogni, abitudini e desideri di un passato recentissimo. Nel mezzo di questo flusso caotico, l’arte entra in scena, capace di illuminare ciò che è stato scartato, di trasformarlo, di restituirgli vita. Franco Farina, con il suo lavoro, ci invita a fermarci un attimo, a guardare più a fondo.
La società usa e getta e il valore nascosto dei rifiuti
Negli ultimi decenni, il tempo che dedichiamo a un prodotto si è accorciato drasticamente. Prima si comprava con calma, scegliendo materiali solidi e duraturi. Oggi invece gli oggetti spesso diventano rifiuti ancor prima di essere davvero usati. Questo fenomeno ha cambiato non solo l’economia, ma anche il modo di vivere, lavorare e pensare. Il lavoro precario segue la stessa logica: tutto è temporaneo, sostituibile in fretta. Anche la politica sembra adeguarsi a questo modello, con promesse e idee che si susseguono senza sosta, come prodotti usa e getta. Il rifiuto così non è solo la fine di qualcosa, ma diventa portatore di significati più ampi. Conserva tracce di storie, di scelte e di epoche che sembrano perdute ma sono ancora dentro di noi. L’arte oggi prende questi frammenti di passato e li trasforma, o semplicemente li mostra, restituendo una voce a ciò che sembrava muto.
Franco Farina: quando la materia diventa memoria collettiva
Franco Farina è un esempio chiaro di come si possa lavorare con i materiali di scarto in modo nuovo. Restauratore e antiquario, con una formazione in Conservazione dei Beni Culturali e una specializzazione sui materiali lapidei e ceramici, porta con sé anni di esperienza manuale precisa: lavora legno, foglia d’oro, gessi, pigmenti e cere. Ma la sua attenzione non è rivolta alle cave tradizionali, bensì ai centri di raccolta rifiuti. Per lui non sono discariche anonime, ma vere e proprie “cave” dove trovare materiali carichi di storie. Quel che arriva lì è sempre una sorpresa: non si sa mai quale racconto emergerà. È proprio questa incertezza a dare senso al suo lavoro. Il materiale non è solo recuperato: diventa corpo di un discorso che mette in luce l’esperienza umana dietro ogni scarto, personale e collettiva.
Restauro consapevole: equilibrio e rispetto della materia
Farina non cerca di “salvare” o redimere materiali abbandonati. Il suo intervento è misurato, preciso. La materia resta un oggetto concreto, con tutte le sue tracce e memorie. Il suo approccio si muove su una linea sottile: da un lato il rispetto, dall’altro una scrupolosa indagine che non lascia spazio a interpretazioni arbitrarie. C’è un confine netto: l’opera d’arte non deve mai sovrascrivere la storia originale del pezzo. Un principio che deriva dalla lezione del restauratore Cesare Brandi, faro del restauro italiano. Farina segue una regola precisa: non più di tre materiali diversi nello stesso lavoro, per evitare confusione nel messaggio. Questa disciplina è un chiaro segno di rispetto per la memoria insita nel materiale, un modo per conservarne le tracce senza cancellarle.
Mito, memoria e racconto: la poetica di Farina
Il lavoro di Farina va oltre la semplice trasformazione di materiali di scarto. Attribuisce loro un senso, attingendo a storie e simboli che attraversano il tempo. Le figure e i miti che usa non sono riferimenti casuali, ma forme vive che si rinnovano dentro un racconto collettivo ancora aperto. L’intreccio tra mito, storie bibliche e figure educative dà vita a una narrazione radicata in una cultura condivisa, soprattutto tra chi è cresciuto negli anni Cinquanta e Sessanta. La sua arte diventa così un ponte tra passato e presente, tra esperienze vissute e storie che si rinnovano.
Manduria: il corpo umano tra lamiere e memoria
Tra le opere più significative di Farina c’è una scultura esposta nelle strade di Manduria. Un corpo umano fatto di lamiere ondulate, arrugginite, tagliate e riassemblate. Il volto è solo accennato, lo sguardo aperto, le braccia distese. Qualche richiamo alla figura del crocifisso c’è, ma senza dare risposte definitive. L’opera lascia vive le tracce dei materiali, senza nasconderle o abbellirle. La figura resta incompleta, sospesa in una tensione tra materia e pensiero. Farina non spinge lo spettatore su una strada già segnata, ma apre uno spazio per un racconto che prosegue con la sua visione e riflessione. Non è nostalgia, ma un momento in cui materiali, tecniche e memorie tornano a dialogare.
L’esperienza di Franco Farina ci invita a guardare al rifiuto come a una forma di memoria e racconto. In un mondo che corre veloce, il suo lavoro mostra come il passato possa ancora parlare, nascosto nelle pieghe del presente.



