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Moda e identità: cinque designer italiani che riscrivono la storia dell’abito

Redazione 21 Marzo 2026

«La moda è solo superficie?» Si chiedono in pochi, mentre tutti corrono a caccia del prossimo trend. In Italia, cinque designer — Marco Rambaldi, Vivetta, Aendör Studio, Ivan Delogu Senes e Setchu — hanno scelto un’altra strada. Non puntano a inseguire mode effimere, ma scavano sotto il tessuto, cercando il senso profondo dell’abito. Le loro creazioni non sono semplici vestiti: diventano custodi di storie, di tempi diversi, di identità nascoste dietro l’assenza del volto. Così, l’abito si trasforma in un archivio vivente, un dialogo tra passato e presente.

Marco Rambaldi: smascherare la divisa borghese

Marco Rambaldi mette sotto la lente la divisa borghese, quel simbolo di conformismo italiano che per decenni ha segnato appartenenze sociali e ruoli prestabiliti. Il suo progetto non rigetta quell’uniforme, ma la smonta dall’interno. La giacca strutturata e il pantalone da ufficio diventano ossatura nuda, privi delle finzioni che abitualmente nascondono. Seguendo un’idea che richiama il cinema di Pasolini, Rambaldi mette a nudo la menzogna insita in un abito che più nasconde che rivela.

Dietro questa rottura c’è anche un omaggio a Paolo Villaggio e al suo Fantozzi, simbolo dell’uomo comune e della sua tragicomica sincerità. La collezione si avvicina poi alla memoria di Flora Monti, staffetta partigiana il cui coraggio sceglieva l’invisibilità come forma di resistenza. Rambaldi traduce tutto questo in capi che si sovrappongono, come una matrioska di strati dove ogni pezzo nasconde un altro. Anche dettagli come centrini all’uncinetto ingranditi diventano elementi strutturali, un modo per riaccendere ricordi senza limitarli a una semplice rappresentazione.

Presentata alla Milano Fashion Week 2026, questa collezione ha fatto parlare una borghesia disarmata, svelata con sapienza togliendo le finzioni sartoriali.

Vivetta: l’identità moltiplicata nella maschera

Se Rambaldi spoglia l’abito per mostrarne l’ossatura, Vivetta fa il contrario: moltiplica le possibilità dell’identità. La sua opera frammenta i volti, sostituendo la maschera tradizionale, concepita come nascondiglio, con un’infinità di espressioni sovrapposte. I profili si aprono come ventagli tridimensionali, richiamando l’estetica onirica di artisti come Salvador Dalí e Rafał Olbiński.

L’ispirazione affonda le radici nel Black and White Ball di Truman Capote , una serata in cui l’élite americana “recitava” la propria esistenza sospesa tra realtà e finzione. Qui il volto autentico non è più un nucleo da difendere, ma una superficie fluida da abitare. Vivetta porta dentro il gotico letterario e Edgar Allan Poe, con accenti oscuri e simbolici che mettono in luce la fragilità e l’ambivalenza dell’identità umana.

Il cigno, tema ricorrente, incarna questa duplicità: grazia e territorialità, innocenza e metamorfosi inquietante. L’ultimo abito, con strascico e fiocco, racchiude tutte queste tensioni, trasformando la passerella in un palcoscenico per una maschera multiforme e sfuggente.

Aendör Studio: trasparenza e artigianato a Bari

L’atelier di Aendör Studio a Bari è un laboratorio autentico, dove la moda perde ogni patina di mistero per diventare mestiere e processo a vista. Le macchine da cucire sono in bella mostra, i rotoli di tessuto a portata di mano, a testimoniare un impegno artigianale senza filtri. Antonella Mirco e Saverio Chiumarulo portano con sé l’esperienza di sette anni a Berlino, intrecciando culture e modi diversi e imprimendo tutto nel loro spazio in Via Davanzati 9.

Il loro nero non è un colore neutro o passivo, ma un abito che racconta storia, fatica e lotta. Questo total black elimina ogni distrazione visiva, puntando su linee, volumi e cuciture pensate per dialogare con il corpo. La scelta dei materiali per la collezione Moving conferma questa filosofia: pelli di eccellenza italiana recuperate da scorte antecedenti, cariche di memoria tangibile.

I capi non hanno una definizione di genere, andando oltre il concetto di abbigliamento “unisex”. Non si tratta di cancellare le differenze, ma di renderle irrilevanti come filtro interpretativo. L’atelier accoglie chiunque con la certezza di sicurezza e trasparenza, temi che emergono chiaramente nelle scelte creative di Antonella e Saverio.

Ivan Delogu Senes: l’abito che custodisce l’identità sarda

Ivan Delogu Senes racconta la Sardegna del secondo dopoguerra, un tempo e un luogo dove l’identità femminile si ritira, si protegge dietro forme sobrie e volumi pesanti. La sua collezione Il peso della luna si oppone a qualsiasi spettacolarizzazione folkloristica. Qui l’abito non decora, ma custodisce, diventa strumento di sacralità e protezione.

Le silhouette sono gravide: i tessuti non si sollevano, ma scendono, come attratti da una forza quasi rituale. Il peso diventa una categoria etica, ispirandosi alla poetica di Sebastiano Satta e agli studi antropologici di Giulio Angioni sulla cultura contadina sarda, dove la “pesantezza” non limita ma fonda l’identità.

La sperimentazione tessile approfondisce questa storia. Lana di allevamenti familiari, scialli e gonne recuperati da donne del luogo si trasformano in capi che legano chi li indossa ai propri antenati. Frammenti di pelle e cuoio richiamano le tende a piastrina dei mercati sardi, diventando superfici narrative. In ogni pezzo si sente una silenziosa potenza.

Setchu: la sartoria inuit rivisitata per oggi

Satoshi Kuwata ha trascorso mesi in Groenlandia, osservando senza forzare, aspettando che accadesse qualcosa. Quel “nulla” è diventato il cuore della sua ricerca. La collezione autunno-inverno 2026 di Setchu non replica stereotipi artici. Non imita l’estetica del ghiaccio, ma assorbe le soluzioni sartoriali degli Inuit, dove pelle e tagli rispondono a esigenze di sopravvivenza.

Dettagli tecnici come i giromanica spostati internamente e l’uso ottimale delle risorse mostrano un approccio pragmatico. Kuwata traduce tutto questo lavorando su lane e tessuti tecnici moderni, scartando ogni influsso folkloristico per restituire abiti funzionali che parlano di adattabilità.

La sfilata milanese si trasforma in un momento fluido e performativo: il designer sistema i modelli al volo, ricordando che il processo creativo è vivo e sempre in movimento. Come la zona dello Stalker di Tarkovskij sospende le regole ordinarie, anche la Groenlandia di Setchu diventa uno spazio mentale dove rimane solo ciò che conta davvero.

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