
Nel cuore di Napoli, dove i vicoli raccontano storie antiche e il presente pulsa forte, si apre uno spazio dedicato a Rosa Panaro. Nata a Casal di Principe nel 1935, morta nel 2022, ha trasformato la cartapesta—materiale povero per eccellenza—e il bronzo in sculture vibranti di vita e di lotta. Le sue opere non sono solo forme, ma racconti di coraggio, di cambiamenti sociali e di una femminilità che non si piega. Alla Galleria Tiziana di Caro, queste storie prendono corpo, respirano ancora, fino al 21 marzo 2026. Panaro non ha soltanto creato arte: ha attraversato e intrecciato il cammino dei movimenti femministi degli anni ’70, dando a ogni scultura una doppia anima, estetica e politica insieme.
La cartapesta: un materiale vivo e voce di lotta
Rosa Panaro ha cambiato il modo di guardare alla cartapesta, spesso considerata un materiale di seconda scelta rispetto a bronzo e marmo. Per lei, invece, era una materia viva, facile da modellare direttamente con le mani, senza filtri. Questa libertà le permetteva di dare forma a emozioni complesse e a temi sociali, usando rilievi e forme irregolari che sembravano quasi muoversi nell’aria. C’era in queste sculture una tensione palpabile, come corpi in continuo mutamento. Questa fluidità rispecchiava la sua militanza femminista, che illuminava ogni opera di una luce speciale, facendo emergere i conflitti personali e collettivi di identità divise. La cartapesta diventava così un mezzo potente per scardinare stereotipi e dare voce a chi spesso veniva messo da parte.
Simboli ribaltati: colombe arrabbiate e cormorani intrisi di pece
Nel lavoro di Panaro, i simboli tradizionali si caricano di nuovi significati, spesso in contrasto con quelli a cui siamo abituati. Basti pensare a “La colomba della pace incazzata” del 1990: la colomba, da sempre simbolo di speranza e pace, qui esprime rabbia, una reazione dura di fronte al declino della pace nel mondo. L’opera denuncia l’inconsistenza di certi gesti simbolici, mostrando l’ira come reazione autentica. Lo stesso vale per “Cormocatrame” del 2003: un cormorano disteso con la lingua intrisa di pece, immagine forte e inquietante che anticipa un grido di allarme ecologico. L’animale soffocato rappresenta la natura in crisi, minacciata dall’inquinamento e dall’indifferenza. Ma il frutto di melograno stretto tra le zampe svela un’altra storia: quella di una forza vitale che resiste, di una speranza che non si arrende nemmeno nelle condizioni più difficili.
Salamandre e metamorfosi: custodi di un’arte “eccentrica”
Un motivo ricorrente nelle opere di Panaro è quello delle Salamandre, creature mitiche con poteri rigenerativi e protettivi. Da “Salamandra apotropaica” del 2000 fino agli esemplari del 2013, questi anfibi incarnano i temi della trasformazione e della resistenza. Sulle pareti della Galleria sembrano quasi muoversi, agili e sfuggenti, sfidando chi guarda a rompere gli schemi e a rifiutare le maschere imposte dalla società. La loro “eccentricità”, mostrata con orgoglio, invita a riconoscere il valore della diversità e della ribellione personale contro l’omologazione. Così Panaro lega simbolicamente il potere rigeneratore del fuoco — elemento con cui le salamandre sono sempre state associate — al continuo divenire dell’arte e della vita.
La forza del monumentale: la teatralità di “Farfalla ”
Uno dei momenti centrali della mostra è “Farfalla ” del 1996, una scultura imponente che supera gran parte della produzione dell’artista con un’apertura di 154 centimetri. Qui la mutazione si fa forza proiettata verso la bellezza, un’idea che si impone nello spazio con chiarezza e decisione, senza giri di parole. La grandezza stessa diventa poesia, capace di tradurre movimento, verticalità ed energia in un linguaggio visivo diretto. Ogni dettaglio, dalle forme irregolari alle assenze nei materiali, dialoga con lo spazio della galleria e coinvolge lo spettatore. L’opera non ammette sguardi distratti: chiede di essere vissuta, spingendo a riflettere sul potere della trasformazione e sulla fragilità della materia intesa come gesto creativo.
Bronzi e cartapeste: miti femminili tra sacro e profano
Accanto alle cartapeste più d’impatto, la mostra presenta anche alcune sculture in bronzo, che aggiungono una sfumatura diversa all’immaginario di Panaro. Lilith, Partenope Vesuvio e la Madonna con bambino sono esempi di come l’artista abbia mescolato mitologia e religione con temi attuali. Lilith, considerata la prima donna creata dal fango, dialoga con la sirena Partenope, simbolo di Napoli, e con una Madonna cristiana imponente. In queste opere si sente la libertà con cui Panaro ha rielaborato gli archetipi, lasciando fluire un confronto tra mito e realtà senza che uno sovrasti l’altro. Interpretazioni forti emergono anche in sculture come “Volo di Lilith Partenope” e “Lilith con burka”, dove volto e corpo diventano simboli di precarietà, censura e resistenza culturale. Questo equilibrio tra cronaca e leggenda è la cifra distintiva della sua arte.
Cinquant’anni di arte: un’eredità di forza e vitalità
La mostra alla Galleria Tiziana di Caro è la prima occasione per confrontarsi in modo ampio con l’intera produzione di Rosa Panaro, una carriera che dura più di cinquant’anni. La sua ricerca non ha mai smesso di provocare, stupire e coinvolgere, mantenendo sempre una vena di ironia e coraggio. L’attenzione rinnovata al suo lavoro, confermata anche da recenti esposizioni al Museo Madre, dimostra quanto il suo linguaggio visivo resti centrale nell’arte contemporanea. È una storia che spinge a riflettere sulle potenzialità della materia, sulla forza dell’immagine e sull’urgenza di temi ancora attuali. Rosa Panaro lascia un’eredità fatta di libertà, trasformazione e resistenza, tracciando un solco profondo tra cultura e impegno civile.



