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Emanuele Moretti a Tivoli: l’arte contemporanea trasforma la chiesa di San Vincenzo Martire

Nella chiesa medievale di San Vincenzo Martire a Tivoli, un grande arco dipinto cattura lo sguardo e invita a varcare una soglia – letteralmente. La mia soglia, l’opera di Emanuele Moretti, non si limita a decorare le pareti antiche: trasforma l’intero spazio in un’esperienza sensoriale. Costruita sopra una cisterna romana, quella chiesa diventa il teatro di un dialogo intenso tra passato e presente, tra pietra e colore. Non si tratta solo di arte contemporanea che incontra storia, ma di un invito a fermarsi, a cambiare prospettiva, a sentire con tutto il corpo. In un mondo sommerso da immagini veloci e fugaci, qui si respira.

“È oggi che ti è dato vivere”: memoria e presenza in primo piano

Il titolo scelto da Moretti per la mostra, È oggi che ti è dato vivere, non è un semplice slogan o un colpo d’effetto. È un richiamo concreto a un tema esistenziale. Viviamo in un presente spesso sospeso tra un futuro idealizzato e un passato mitizzato, ma intanto “qui e ora” affrontiamo crisi reali: guerre, migrazioni, disuguaglianze e solitudini che non si possono più nascondere. Moretti spiega che il suo punto non è proporre una fuga o una consolazione, ma piuttosto richiamare l’attenzione sul “tempo reale” che stiamo vivendo. Lo spettatore viene invitato a una presenza consapevole, a capire che ogni gesto, anche piccolo, fa parte di questa realtà complessa.

Fare una mostra in una chiesa significa confrontarsi con secoli di simboli, rituali e immagini sacre. Moretti non si mette né in continuità né in opposizione rispetto a questa tradizione. La sua installazione non vuole sostituire la funzione del luogo o le immagini sacre; piuttosto crea una zona di passaggio che propone un’esperienza diversa. La memoria storica resta presente, come un filo sottile sotto l’opera contemporanea, che invece apre uno spazio di riflessione e sosta. L’intervento si trasforma così in un “campo di esperienza” aperto, dove chi guarda non sta solo a guardare, ma entra in dialogo con pittura e architettura.

“La mia soglia”: l’arte che cambia il modo di vedere

L’opera principale, La mia soglia, è un grande arco che taglia la navata e invita chi entra a un attraversamento, materiale e simbolico. In un’epoca sommersa da immagini ovunque, Moretti sceglie la soglia – intesa come confine fisico e concettuale – come antidoto al sovraccarico visivo. Le immagini oggi ci travolgono, ma spesso diventano solo rumore senza senso. La soglia spezza questo flusso: non racconta niente, non rappresenta, ma cambia lo stato d’animo, porta chi la attraversa da uno sguardo distratto a uno più attento e consapevole. Così si passa da un consumo passivo a un coinvolgimento reale.

Moretti dice che la sua pittura non abbandona la tradizione della superficie, anzi la spinge oltre, estendendola dal piano piatto al corpo e allo spazio intorno. La materia usata – resine, pigmenti, stratificazioni – diventa densa, quasi tangibile. La pittura non è solo immagine, ma ambiente che chiede di essere vissuto fisicamente. L’opera si trasforma in un organismo vivo, che cambia quando entra in contatto con chi la guarda.

Quando l’opera si fa relazione e si libera dal controllo dell’artista

In un mondo dominato da immagini digitali e rappresentazioni mediate, l’arte contemporanea apre spazi per esperienze vere. Per Moretti, attraversare l’opera non è solo un movimento fisico, ma rompe la prevedibilità dell’autore, creando una relazione nuova, imprevedibile. L’opera non resta un oggetto isolato, ma diventa una rete di presenze, inserita in un tempo e uno spazio condiviso.

La materia viva delle opere di Moretti – fatta di pigmenti e resine stratificate – contrasta con la leggerezza e la fugacità delle immagini digitali. Ogni superficie conserva il segno del gesto dell’artista: il tempo speso, la densità del colore, gli strati sovrapposti danno corpo a una fisicità concreta. Non è nostalgia, ma la riaffermazione della realtà materiale in un’epoca di simulacri.

Senza centro visivo: lo spettatore si muove senza gerarchie

In una chiesa, lo sguardo è abituato a fermarsi su un punto centrale, come l’altare o un’immagine sacra. Nel progetto di Moretti, invece, lo spazio perde il suo centro gerarchico. Luce, pittura e disposizione delle opere spingono il visitatore a muoversi liberamente, a guardare da angolazioni diverse. Questo movimento crea una percezione diffusa e dinamica, dove il senso non è fisso ma si costruisce camminando.

Così si rompe la classica contemplazione statica. Il pubblico diventa parte attiva, cambia la sua lettura dell’opera mentre si sposta nello spazio. Lo sguardo si apre, non resta bloccato su un unico punto, ma si allarga in relazione all’ambiente e alla materia.

Tra filosofia, scienza e psicoanalisi: il corpo della pittura

Moretti lavora intrecciando filosofia, scienza e psicoanalisi, che danno un orizzonte di pensiero senza però sovrastare la pratica artistica. Per lui la pittura nasce soprattutto dal contatto diretto con i materiali e dall’esperienza fisica della creazione.

Concetti come l’entanglement, che parlano di interconnessione tra elementi in una rete più grande, aiutano a capire il rapporto tra opera, spazio e chi la vive. L’arte non è un oggetto isolato, ma un nodo in un sistema di relazioni sempre in movimento. La teoria aiuta a vedere meglio, ma è nel materiale che la ricerca prende forma concreta.

Pittura oggi: più di un’immagine, un ambiente che fa pensare

Moretti dà alla pittura un ruolo complesso e moderno, che va oltre la semplice immagine su una superficie. Per lui la pittura conserva la sua forza nel gioco tra colore e luce, ma si trasforma anche in un ambiente immersivo che coinvolge lo spettatore in modo sensoriale.

La pittura diventa così anche uno strumento di pensiero. Non vuole rappresentare idee astratte, ma creare situazioni in cui chi guarda può percepire e riflettere in modo nuovo. In un’epoca segnata da conflitti, flussi continui di immagini e ritmi veloci, Moretti suggerisce un ritorno a un’arte capace di rallentare, di aprire uno spazio per interrogarsi sul presente.

L’intervento di Moretti nella chiesa di San Vincenzo Martire a Tivoli è un’idea di arte “abitata” e condivisa, dove tempo e materia si intrecciano, mettendo in discussione le consuete regole visive e il ruolo stesso di chi guarda. Un invito a nuove prospettive e a un’esperienza artistica diversa.

Redazione

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